Abbiamo cominciato tutto questo anni fa, tra riflessioni piene di paroloni: costruzione dell’identità culturale, flussi e territori, alienamento e urbanizzazione, ecc ecc. Poi guardando vecchie foto in bianco e nero e ascoltando racconti che erano stati custoditi in tutti questi anni beh, forse è tutto divenuto più essenziale: qualche parola di troppo è caduta, sfrondata, e continuando ad ascoltare si è capito come imparare a raccontare.
Dopo di ciò, dai racconti si sono rimossi i nomi propri, i nomi di città, il contesto geografico scoprendo che le storie di Checchereché, le storie dei cavatori a Villalba, le storie negli anni della guerra per le strade di Montecelio, se levi “Checchereché”, “Villalba”, “Montecelio”, narrano storie simili (se non identiche) a quelle ascoltate al centro di Roma, a Terni, a Tivoli e perché no, anche a Londra.
È per questo che questa cosa va fatta insieme: sia chi racconta e canta e suona e sia chi ascolta ha la capacità (e il bisogno) di mettere tra una parola e l’altra il nome di suo nonno o di sua nonna, del paese dove è nato o dove si sposterà a breve, le parole del dialetto che risuona fra le mura di casa.
